di Giorgia Nardin
con Marco D’Agostin, Sara Leghissa
processo di ricerca Amy Bell, Marco D’Agostin, Sara Leghissa, Giorgia Nardin
editing musicale e ambienti sonori Luca Scapellato
disegno luci Matteo Fantoni
fotografie Alice Brazzit
costumi Edda Binotto

« La caratteristica veramente sconcertante della pittura di Bosch è che, nonostante tutta la profusione di realismo, quasi fin dall’inizio esso si sforza a esprimere l’immateriale».

A. Lifter

Una cornice vuota, un corpo maschile, un corpo femminile e un insieme di piccole azioni quotidiane strappate alla realtà e inserite in un contesto etereo perché privato dello scorrere diacronico del tempo, della sua voracità. Se ne stanno così i corpi negli spettacoli di Giorgia Nardin: pregni di materia, consumati da un sentire “politico” che li attraversa tutti dalla testa ai piedi e che implode in un baricentro nascosto allo sguardo, nella lentezza del movimento, nella nudità, in una imposizione – rassicurante quanto crudele – di realtà. Un’idea di essere in scena – o al mondo – che Nardin ha coltivato nel suo percorso di studi nei maggiori centri di ricerca europei, in workshop con artisti nazionali ed internazionali (Simona Bertozzi, Nigel Charnock, Adam Linder, Yoshifumi Inao, Tabea Martin, Emio Greco, Barokthegreat) e attraverso la collaborazione con Marco D’Agostin e Francesca Foscarini, amici e compagni di viaggio insieme ai quali nel 2011 crea il divertente quanto inquietante Spic & Span (segnalazione speciale al Premio Scenario dello stesso anno). Dopo Dolly, il suo primo solo sul tema dell’identità di genere, presentato durante Romaeuropa Festival 2012, All dressed up with nowhere to go è la sua prima opera coreografica. Un titolo lungo per sottolineare una mancanza di fine o una costante, quanto sottile, trasformazione. Essere ben vestiti senza sapere dove si andrà: distruggere la linearità del tempo, l’inizio e la fine, la possibilità del corpo di trovare memoria del gesto, di cristallizzare il movimento, di inserirsi in una partitura predeterminata nonostante un categorico rifiuto dell’improvvisazione. I corpi degli interpreti sono, su questa scena, aghi di realtà conficcati nel tessuto della rappresentazione. Si toccano il naso, la testa, piegano polsini e colletti come sorpresi per strada, in un supermercato, o seduti sulla scrivania dell’ufficio. Solo una gamba sta ferma, come piedistallo che regge l’intero peso della realtà, come tronco che scava e preme la terra cercando -inutilmente- di tirar fuori le proprie radici, per ritrovarsi poi senza equilibrio, soggetto ad ogni forza di gravità. Così i corpi dei danzatori reagiscono, attraverso la continua trasformazione del loro grado di presenza e consapevolezza del movimento, ad una condizione di perdita di equilibrio attraverso una scrittura coreografica per soli arti superiori composta da una serie limitata di pattern che ogni singolo performer può liberamente utilizzare per evitare la caduta. A questo utilizzo sfrontato di “realtà” – che fuori dalla metafora tocca abilmente i confini della performing art- corrisponde una dimensione immateriale che nella ciclicità del movimento riempie lentamente la scena. La stanchezza è una via di fuga, il contatto una forma di protezione per scappare dallo sguardo di un osservatore che scorre sulla superficie nuda e sacra dei corpi senza imbarazzo e senza provocazione. Tutto sta lì, nel riuscire a scorgere l’astratto nel concreto e il reale nell’astrazione, nelle tinte pallide dei corpi e nelle luci soffuse una forma di calore. In fondo, come racconta la stessa Nardin, All dressed up whith nowehere to go trova il suo primo spunto nella visione dei quadri di Hyeronymus Bosch e nonostante la ricerca della coreografa si sia pian piano allontanata da quell’ispirazione iniziale, qualcosa delle tinte, dei motivi e dell’anima del pittore sembra permanere: la cornice circolare, si è detto, ma anche un’idea di trascendenza che nasce dall’immanenza e che diviene dispositivo per inquadrare una contemporaneità che elimina certezze, sottrae terreno, scuote, toglie equilibrio. E il corpo che ad essa reagisce.

-Matteo Antonaci-

Vincitore di Premio Prospettiva Danza 2013
Sviluppato nell’ambito di ChoreoRoam Europe 2012
Sviluppato nell’ambito di B Project 2013
Sostenuto da CSC – Bassano del Grappa, Graner – Mercat de les Flors Barcelona, La Piccionaia – I Carrara – Teatro Villa dei Leoni, La Conigliera – Resana, Inteatro – Polverigi, Teatro Fondamenta Nuove – Venezia, Arearea – Udine.